Paolo Ranieri

Avete mai provato ad associare un vino a una persona, a un’opera, a un luogo? Se amate il vino, provate: è un gioco meravigliosamente futile, e perciò rassicurante e carezzevole, Ci aiuta ad amare di più il vino e, di più il mondo.

Per esempio, se Trieste fosse un vino, io la immaginerei così:  un pinot nero, invecchiato un poco oltre il suo momento perfetto, già affacciato sulla decadenza, fuga in sordina di sentori terziari. Eppure, con qualche traccia incancellata di una gioventù profumata e sbarazzina, capace di riemergere a tradimento, quando meno te lo aspetti.
A Trieste, ombrosa e carnale, miscredente e metafisica, avamposto meridionale dell’impero, estremo angolo settentrionale del Mediterraneo, si coltiva una passione di quelle che si usano definire "mitteleuropee", quella dei witz, motti di spirito acuti eppure non taglienti, ponti aerei fra la malinconia e l’autoironia. Fin dai tempi, in cui Angelo Cecchelin, alla città affogata in un mare di sangue dopo la guerra mondiale, leggeva limpidamente il futuro di tante illusioni "beati gli affamati di giustizia perché saranno giustiziati" …
Fra i tanti temi, Trieste sorride volentieri della propria consapevole vocazione di città alcolica. Dal rarefatto "qui serena disperazione e amore per la calda vita si affinano senza fretta, pazientemente, in soluzione alcolica" al cosmopolita "quel che per gli argentini è la brillantina, il collante di un popolo, per i triestini è il vino", passando dal paradossale "qua gavemo tuti la malattia del comio, quela malattia che esisti una unica cura, tirar su ogni mezza ora, biceri e bicerini" fino alla spavalda rivendicazione "meio imbriagoni famosi, che alcolisti anonimi …"
Qui dove è stato svelato che "la vita non é né bella, né brutta, è originale" sono nato un bel po’ di tempo fa.
E da moltissimo tempo, ormai, me ne sono andato.
Da ragazzo, il vino avevo incominciato a studiarlo, un po’ di teoria e molta pratica, in Trentino prima, nell’Albese poi. Ma presto ebbero il sopravvento altre passioni e più pressanti urgenze.
Il vino pensavo di averlo scordato, per riconoscere infine che il vino non si era scordato di me. Era il 2004, a primavera. Allorché principiavo a figurarmi avviato, nemmeno troppo scontento, verso un’oziosa senescenza, dopo avermi così a lungo pedinato alla lontana, mi è venuto a cercare, nella persona di Gianfranco Balzaretti. Che conoscevo e stimavo ma percepivo lontanissimo, abitante un universo parallelo.
Deve essere stato questa distanza, da lui, dal vino, dall’idea per molti versi sconcertante dell’operare nel commercio, ad avere indotto la parte più dispettosa della mia indole a proporre a Gianfranco di rilevare la sua storica enoteca. Lui, spinto dallo sfratto dai locali storici sotto la Stazione Centrale, nei quali la sua famiglia aveva principiato a commerciare vino dal 1932, stava infatti rassegnandosi a chiudere bottega. Precisamente, a chiudere questa, la Bottega dell’Arte del Vino, un nome orgoglioso che ne rifletteva bene la personalità. Mi sono sempre chiesto, senza trovare una maniera opportuna per interrogarlo, se lui, nascosto in qualche angolino della coscienza, avesse immaginato, chiedendoci di gestire la cessazione dell’azienda, di poter trovare, all’ultimo minuto, un erede del suo lavoro di tutta una vita. Forse, a questo punto, dopo quei tre intensi anni di sodalizio, é una risposta che non sarebbe più capace di dare neppure lui.
Perché é indubbio che questo lavoro mi ha, in tanti piccoli dettagli, cambiato. Un’esperienza che, all’età mia, é un privilegio di pochi: scoprire insospettate doti, passioni mai messe in preventivo, imprevedibili abissi di ignoranza da colmare, e delle nuove attenzioni. E, di sicuro, la Bottega in cui ero entrato con un passo prudentissimo e circospetto, come si fa in un territorio inesplorato e malsicuro, anche grazie all’affettuoso rispetto di Gianfranco, é oggi la "mia" Bottega tanto quanto un tempo era stata sua.
Anche se rimane e sempre rimarrà qualcuno per rimpiangere la sua scontrosa cortesia, la sua laconica competenza, riflesso discreto di un’esperienza irripetibile, dalla Milano ambiziosa dell’anteguerra alle cisterne di vino da portar su dalla Puglia, dall’imbottigliamento selvaggio con i suoi mille gustosi aneddoti che farebbero perdere il senno a tanti puristi, fino alla Milano da bere e a chi se l’é bevuta. E divorata.
Per quanti anni passino, il segno di Gianfranco Balzaretti, anche ora che l’età e la salute l’hanno indotto a ritirarsi, rimarrà inciso nella Bottega dell’Arte del Vino.
Comunque sia, é così che é andata. Muratori e falegnami, architetti, idraulici, traslocatori, elettricisti: e sì che avevo giurato di non ricascarci più. E poi subito, un turbine delirante di sacchetti di plastica, confezioni, cassette, cataloghi, spedizioni, corrieri, acquisti, preventivi, rappresentanti, affrancature, tutto indirizzato ad uno dei più vani riti di quest’epoca vana: i regali di fine anno. Ma piano piano è emerso un aspetto più affascinante e stimolante: chi vende vino, sia per la sua natura di prodotto di qualità, sia per quella di frutto della terra, presiede alla somministrazione di emozioni, e alla costruzione da parte di ciascun cliente di una propria identità materiale. Il vino è un nutrimento, ma allo stesso tempo il testimone di una lunga peripezia, si identifica con lo scorrere del tempo, per approdare all’unicità di un momento. E’ una perfetta metafora: il lavoro di tanti, la fatica di tanti, la passione di tanti, finisce per convergere nell’attimo fuggente di un bicchiere, rendendolo lo "specchio di un’avventura". Che come tutte le avventure brucia per pochi istanti, in sospeso fra l’attesa e la memoria Niente di straordinario,magari, un tempo. Oggi, un simile evento si è fatto sempre più raro, dovendo schivare cento e cento occasioni di omologazione, affinando uno degli aspetti più affascinanti di questa nostra vita: la memoria materiale. La vita di chi beve, di chi ama bere, di chi ama aiutare a bere, é intessuta di ricordi. Di ricordi di profumi e di sensazioni, di etichette e di bottiglie: ma anche di persone, di avventure, di sorrisi, di bevute indimenticabili, di ubriacature da perdere la via di casa. Nelle esperienze materiali, fisiche, che ci coinvolgono corpo e mente, é presente sempre una, tutto sommato facile, occasione di fratellanza, che i migliori sono capaci di raccogliere.
Condividendo il momento e le sue sensazioni, ci si può scoprire contemporanei gli uni con gli altri, ci si può riconoscere uguali, uguali in questo essere tutti irriducibilmente unici.
 
Sono queste emozioni, sono questi momenti, che ci piacerebbe che chi viene da noi avesse l’occasione di trovare grazie alla nostra attività. Qualche volta, siamo coscienti di esserci riusciti. Altre volte, dobbiamo ammettere di avere fallito. Ma faremo meglio la prossima volta.
Impercettibilmente sono passato dal singolare al plurale, ho preso a scrivere di noi.
Perché ogni impresa, anche piccola come questa, è il riflesso di una particolare vicenda umana: una volta un oroscopo mi ha rivelato, come destino, quello di "favorire i vizi altrui".
Io non sono moralista come il genio degli oroscopi e dove lui dice vizi, mi piace leggere piaceri, passioni, emozioni. Perché anche un piccolo negozio é un’impresa collettiva, e mi sono sempre impegnato perché fosse un’impresa coscientemente collettiva. Cui ciascuno si potesse accostare in una maniera sua propria.
Da principio eravamo solo Gianfranco, Antonella ed io.
Ora Antonella non collabora più con noi: ma il suo entusiasmo, la sua versatilità, il suo calore, la sua schiettezza, la sua testardaggine, hanno lasciato un segno incancellabile nei primi anni della Bottega, quando tutto andava fatto a mano, su e giù per le scale, e cento cose andavano inventate e sperimentate da zero.
Per trovare una persona che si occupasse della cantina e delle consegne, ci eravamo avvalsi di un’inserzione per radio. E’ così é arrivato Ciro, "di cultura operaia", come diceva e ancora dice di sé stesso. Ma il vino ha accalappiato anche lui, puntualmente. Non lo ha cambiato, se non altro perché nessuno cambia davvero. Ma si è affinato, acquisendo quel tocco di morbidezza alcolica che così perfettamente giova alla gente del Mediterraneo.
Poi è stata la volta di Patrizia, che non aveva davvero bisogno di scoprire il vino grazie a noialtri. Ma, mentre è stata lei a illustrarcene la vastità, e ad illuminarne tante sfumature, ci piace pensare che la Bottega abbia offerto a lei un’occasione per pesare la spinosa ritrosia del pubblico, che solo chi vende ha modo di esplorare. Perché non basta che il vino sia buono, non basta che piaccia a chi lo produce, a chi lo giudica, a chi lo commercia.
Occorre che riesca a dialogare con chi acquista: senza quest’ultimo passaggio, si estingue. Perché é chi sta all’estremo del processo, chi beve che imprime senso a tutto ciò che lo ha preceduto. Spesso sono i clienti a farci davvero amare i nostri vini. O a farcene comprendere i limiti.
Perché, una delle scoperte che abbiamo fatto è che il pubblico del vino è molto meno superficiale, è molto più attento ed acuto, di quel che mi sarei atteso. E di quel che scrivono talvolta i critici che montano a cavallo sulle riviste, i siti, le trasmissioni TV. E abbiamo scoperto che spesso, non sempre, l’amore per il vino va in bella sintonia con l’amore per la gente, per il mondo.
 
E quindi  abbiamo scoperto, fra i partecipanti a uno dei nostri corsi, Monica, una di quelle persone che sanno fare tutto, e che lo fanno, sovente senza attendere che sia loro chiesto. Che conosce tutto il quartiere e che, cosa più notevole, cui tutto il quartiere vuol bene.
Occorre aggiungere che, in neppure due anni che sta qui con noi, è divenuta assaggiatrice di grappa e di vino, e che si guarda già intorno in cerca di nuove sfide?
Infine, a rendere vero questo discorso tramite queste pagine del sito che senza di lei non esisterebbero, c’è, naturalmente, Valentina.

Ciro Cirillo

Nato a Pompei,   il mio maggior impiego è sempre stato quello di occuparmi del magazzino. Ma all’occorrenza ho fatto anche altro…Nel frattempo ho preso anche la maturità classica.

Che dire: occuparmi, e non solo, di un magazzino di vino non è come occuparsi di viti bulloni o staffe…il tutto richiede molta attenzione e precisione;cosa che quando ho iniziato a lavorare non avevo assolutamente calcolato così come il rapporto con la clientela,con la quale non avevo mai avuto a che fare prima di questa mia esperienza.

Il tutto piano piano grazie anche al signor Balzaretti e a Paolo,il mio datore di lavoro, che mi hanno fatto sviluppare una strana voglia di conoscenza di tutto quello che riguarda il vino. Una voglia che continua a crescere
Essermi occupato, in prima persona, dell’informatizzazione del magazzino è stata una bella scalata di montagna,ma anche la svolta visto che mi sono ritrovato tra le mani più di mille bottiglie da catalogare. Fortuna che non capita a molti appassionati del settore.Vuol dire saper leggere un’etichetta,conoscere le aziende le denominazioni di origine…una vera e propria scuola.
Che mi ha spinto ad iscrivermi ai primi due corsi per diventare Sommelier. Manca il Terzo, per cui mi sto preparando, che farò prossimamente.
Paolo mi ha dato la possibilità di diventare anche degustatore ufficiale e di grappa (Anag); allo stesso modo lavorare alla Bottega mi ha consentito di svolgere diverse esperienze nel campo, andando a visitare aziende e partecipando a diverse manifestazioni del Settore.
So di avere ancora molte lacune,ma questi tre anni mi sono serviti, non solo nel campo lavorativo, e spero di continuare….

Patrizia Galbiati

Appassionata di vino fin da bambina e addetto ai lavori da un po’ meno è Sommelier professionista e degustatore AIS.

Vive a Milano dove divide il suo tempo tra i due gemelli di tre anni e le migliaia di bottiglie di vino che gravitano intorno a questa città e all’Enoteca dove presidia la mattina dalle 9 alle 14.

Del vino ama l’eleganza, la finezza, le tracce del tempo lasciate nel bouquet, la tipicità che rimanda subito alla terra dalla quale proviene e la naturalità del prodotto.

Bere un vino è come entrare in casa di una famiglia sconosciuta, a volte si condividono momenti di intimità che accendono il desiderio di conoscere il padrone di casa, a volte si partecipa ad eventi che fanno subito cercare l’uscita.

Valentina Vago

Il vino per me è stata una conquista. Non sono nata in mezzo alle terre del vino, non sono cresciuta in una famiglia per cui il vino fosse qualcosa di importante. Conclusione: sono arrivata ai vent’anni pensando che il vino non mi piacesse.

Anche se, in realtà, uno dei ricordi più gioiosi della mia infanzia sono quei giorni di aprile, in luna calante, passati ad aiutare mio padre a travasare le damigiane arrivate dal Piemonte, barbera, grignolino, freisa, più raramente nebbiolo.
Un rito che si ripeteva tutti gli anni uguale, con le stesse damigiane, con gli stessi bottiglioni: prenderli dagli scaffali, togliere il cappuccio fatto di carta di giornale per ripararli dalla polvere, la damigiana caricata su un seggiolone, il tubo da travaso, mio padre che tira col fiato ed il vino che inizia a salire dal tubicino per finire sul fondo del bottiglione.
Ricordo la gioia di non riuscire a cancellare il viola dalle dita, nemmeno con il sapone, per un paio di giorni, mi divertivo a tentare di chiudere il rubinetto di travaso al momento giusto ma quel vino “busciava” ed inevitabilmente straripava dal collo della bottiglia, finiva per terra ed io mi leccavo le dita.
Poi il tappo di sughero infilato con la tappatrice verde del nonno, che faceva la spola di tutti i parenti.
 
Ecco: questo è il mio primo ricordo del vino, però al di là di imbottigliarlo quel vino non mi piaceva, era aspro, slegato, non sapeva di nulla.
 
Poi, parecchi anni dopo, ho capito che non è che non mi piacesse il vino: è che mi piace solo quello davvero buono.
 
Che il vino fosse qualcosa di più e di diverso ho iniziato ad intuirlo da grande, quando si comincia ad uscire la sera a cena, il vino imbottigliato, consumato al ristorante. Neanche lì gli amici mi hanno aiutato granché, nessuno appassionato che mi introducesse ai segreti del vino, la maggior parte delle conoscenze decisamente astemie.
Ricordo ancora i profumi di un vino rosso, senza nome, nel senso che non mi ricordo né il produttore né il vitigno, bevuto ad una cena in agriturismo, un’esplosione di aromi e di equilibrio che resero quella cena indimenticabile, molto di più della compagnia.
Quello credo sia stato il mio punto di svolta – anche se mi rendo conto che, tra l’altro, ribevuto oggi quel vino potrebbe anche non dirmi alcunché. Ma è stato dopo d’allora che ho iniziato a memorizzare i nomi, i profumi, le terre:  mi mancavano ancora un metodo e la teoria.
Mi informai sui corsi A.I.S. ed un giorno arrivò il momento di iniziare, un anno e mezzo dopo l’impegnativo esame finale, il mattino di una caldissima giornata di luglio. Finito l’esame partii per una settimana tra Montepulciano e Montalcino, una meraviglia (anche se con qualche delusione per quelle strade di Montepulciano trasformate in una sorta di bazar da 3×2 per turisti stranieri).
 
Da allora è stato un susseguirsi di scoperte, ogni minuto libero passato a leggere, a confrontare, ad assaggiare, a cercare di capire, a vedere (a volte, per capire, un vino non c’è niente di più illuminante che vedere il territorio da cui nasce).
Il web per me è stata una fonte di conoscenza fondamentale nella scoperta del vino, non solo per la ricerca di informazioni ma anche per i compagni di viaggio che ho incontrato e con i quali condivido da alcuni anni la ricerca delle bottiglie, la costruzione delle verticali, l’emozione delle scoperte, lo scontro su certe bottiglie, ecc… è un campo talmente vasto che a volte si ha l’impressione di perdercisi dentro.
 
Qualche esperienza sul campo, e poi la possibilità di collaborare con la Bottega dell’Arte del Vino, esperienza che sicuramente cambia le prospettive, mi aiuta a guardare il vino da altri punti di vista, che prima magari non prendevo in considerazione, il rapporto che si crea con la clientela, le loro esigenze, i loro gusti, per un regalo o comunque per un’occasione importante, sono situazioni che mi insegnano molto sul vino e la speranza che ho è quella di riuscire a trasmettere anche un minimo della mia passione per quelle bottiglie e per le storie di uomini e terre che si celano dietro ad ognuna di esse.
 
I vini che mi emozionano sono tanti, ultimamente soprattutto francesi, e tanti che ancora mi colgono di sorpresa, il viaggio nel calice di vino è un’emozione, una ricerca, una scoperta a volte deludente, a volte esaltante, si trovano risposte che inevitabilmente portano a nuove domande ma i vini che “mi portano via” nel senso che sono il mio rifugio, quei vini che ti fanno viaggiare con la mente e ti portano nell’unico posto dove tu vuoi stare, dove stai meravigliosamente bene e non ti serve niente altro, sono due il Barolo, dai vigneti storici di Barolo, La Morra, Serralunga, nella loro bella albeisa e lo Champagne, magari lo champagne da pinot nero della zona di Ambonnay.